Mauro R.
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Un rifugio è un rifugio, non è un ristorante.
Per trasformare un rifugio in un ristorante bisogna essere capaci e competenti.
I gestori e i collaboratori del Genova non lo sono.
Se vado in un rifugio devo sempre, e quando dico sempre, essere accolto. E devo poter mangiare sempre e in qualsiasi ora del giorno in tempi e modi accettabili.
Altrimenti non posso chiamarmi rifugio.
Oggi al Genova non ho sono riuscito a mangiare.
La domanda "quando arriva l'antipasto"? e la seconda domanda "perché non fate il self-service come ho sempre trovato"? Sono diventate un insulto.
La reazione di un ragazzo prepotente e arrogante è stata di portare al tavolo una polenta, che sarebbe dovuta arrivare dopo l'antipasto. E quando mi sono permesso di dire questa cosa, il ragazzo ha risposto seccato chiedendomi se avevo telefonato e prenotato. Ripeto in un rifugio per pranzare non si telefona, altri menti non è un rifugio, ma un ristorante.
E io quando vado in montagna, in quota, voglio pranzare in un rifugio e, pagando, dare il mio contributo perché questo possa "esistere".
Sono 50 anni che cammino sulle mie amate alpi e mi fermo per pranzare, cenare, dormire nei rifugi. In questi ultimi 10 anni la gestione dei rifugi è peggiorata in modo esponenziale. Soprattutto nei rifugi che dimenticano di essere rifugi e si propongono goffamente come ristoranti.
Spero che le sezioni CAI, di cui in passato sono stato un socio sostenitore, si rendano conto di questo malsano e improvvisato modo di gestire i rifugi, e che gli amministratori di tutti i parchi delle Alpi occidentali si decidano ad aprire gli occhi.
Sono andato tantissime volte anche in Trentino, su sentieri e ferrate che ti portavano al "rifugio".
Altro modo di gestire il "rifugio", direi semplicemente più "montanaro". E' una gestione che ti fa capire che in Trentino amano tutti la montagna, perché è una primaria risorsa dell'economia montana. Al Genova direi proprio di no. Al Genova non amano la montagna e chi va in montagna. Il Genova è un "ristorante" dove non tornerei mai a mangiare.
Ho letto la risposta del gestore che lo qualifica.
E mi spiace dire che dopo nove anni non ha ancora capito cosa significa "gestire" un rifugio.
Oltre a questo mi definisce un "maleducato" senza sapere nulla di me e interpretando "a modo suo" la semplice richiesta di informazioni su quando era pronto un "antipasto" con l'aggiunta di una semplice domanda: "perché non fate il self service come sempre avete fatto"? La risposta della signorina a cui ho rivolto la domanda è stata: "questa mattina la giornata era molto ventosa e abbiamo deciso di non fare il self service" e ha concluso dicendo "lei mi dato il suo feed back e io le ho dato il mio". E la "cosa" è finita così. Era sufficiente che la signoria, rispondesse nel più semplice e banale dei modi dicendo che sarebbe andata in cucina a verificare. Ai ragazzini che collaborano alla gestione del rifugio, probabilmente manca la più elementare educazione che è consueta in tutti i ristoranti, birrerie e locali dove è previsto un servizio al tavolo.
Detto questo è inutile continuare nella polemica.
Ribadisco il concetto che un rifugio è un rifugio, dove ci deve essere la massima cortesia e convivialità nel condividere esperienze, tavoli, cibo e cortesia nell'accoglienza.
Ho letto più di una recensione che in certi rifugi del Parco delle Marittime, alle 4 del pomeriggio ti chiudono la porta in faccia dicendo che la cucina è chiusa e non ti fanno nemmeno un panino. E' una cosa inqualificabile. Tra questi anche il Genova.
Come esperienza posso dire che quando ho fatto il giro del Viso, al Refuge du Viso in Francia, sono arrivato alle 15-16 del pomeriggio stanco e affamato. Hanno servito a me e ai miei compagni di viaggio un pranzo completo eccellente, non un panino.
Il rifugio, in montagna, è un luogo sacro. Altrimenti non dedicherei le mie domeniche, e non solo, alla montagna per poter trascorrere in serenità i miei momenti di pausa in rifugio.